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Crossing Over

Pubblicato da lockopf su 24 Giugno, 2009

Harrison Ford

Harrison Ford

di Wayne Kramer

“Every day thousands of people illegally cross our borders… only one thing stands in their way. America”

Un film dal ritmo incessante e dalla complessa trama, che vede intrecciarsi le vite di alcuni clandestini in una partita a scacchi contro la macchina governativa americana, che si adopera per la loro espulsione. A tenere le fila del discorso c’è Max Brogan, interpretato da Harrison Ford, agente dell’ “Immigration and Customs Enforcement”. Il suo lavoro consiste, appunto, nello scovare gli immigrati clandestini e assicurarli alla giustizia. Max Brogan fa il suo lavoro svogliatamente perché il suo sguardo si perde in quelli impauriti e imploranti degli stranieri. Il regista, Wayne Kramer, sembra voler esaurire tutta la casistica: dalla giovane attrice australiana in cerca di successo, alla mamma messicana, il cui cadavere in decomposizione viene ritrovato a pochi metri dal confine con il Messico, e poi ancora la storia di un giovane cantante ebreo, che usa la sua religione, seppur mai praticata, per ottenere la Green Card e un posto di lavoro, l’adolescente del Bangladesh accusata di terrorismo e costretta a lasciare il Paese per il carattere provocatorio di alcuni suoi temi scolastici, una bimba orfana africana che attende mesi in un istituto di detenzione per clandestini nella speranza di essere affidata ad una nuova famiglia, la violenza cui cede un giovane coreano, che si fa coinvolgere da una band di suoi coetanei in una rapina in un supermercato, il brutale assassinio di una giovane iraniana da parte del fratello pochi giorni prima della naturalizzazione americana del padre. Da una parte si erge il monumentale apparato burocratico americano con gli innumerevoli impiegati e agenti, primo fra tutti Cole Frankel (interpretato da Ray Liotta), che usa la sua posizione per approfittare della giovane attrice americana, dall’altra parte poche persone che sembrano le uniche a vedere l’umanità negli occhi dei clandestini, come Max Brogan o l’avvocato Denise Frankel (interpretata da Ashley Judd), che dedica la sua vita a difendere i diritti degli immigrati. In mezzo ci sono loro, i clandestini, i veri protagonisti di questo film. Il tema dell’immigrazione è affrontato partendo proprio dalle persone, dal loro sguardo, dai loro sentimenti: sono uomini e donne, addirittura bambini, disposti ad ogni sacrificio, anche a morire, pur di poter rimanere negli Stati Uniti, la terra delle grandi speranze, dove ogni sogno diventa realtà. Ma il prezzo richiesto è alto: la sofferenza, la paura e la disperazione degli individui, soli a combattere la loro personale guerra contro lo Stato. Alcuni ne escono vittoriosi, altri rimangono in bilico sulla lama di un rasoio, una mossa sbagliata e sono fuori dal gioco, altri ancora vengono espulsi, e infine c’è chi non ce la fa. Un ritratto realistico e senza filtri dell’immigrazione moderna. L’accusa c’è, ma non si vede, celata sotto lo strumento dell’ironia, che emerge qui e là nell’intreccio:

  • il paradosso che vuole l’avvocato Denise Frankel, così volenterosa nell’aiutare i giovani clandestini, moglie di quel Cole Frankel, che rilascia permessi di soggiorno in cambio di favori sessuali;
  • il dramma di un delitto d’onore consumato in seno a una famiglia iraniana, pure a un passo dalla naturalizzazione;
  • le rocambolesche bugie del cantante ebreo, che si finge religioso, per ottenere la sua Green Card;
  • l’ironia di una nazione, che, mentre si fa vanto delle libertà di espressione e di stampa di cui godono i suoi concittadini, mette il bavaglio ad un’adolescente, che in un tema in classe ha consumato parole in difesa dei paesi occupati dall’esercito americano.
  • infine l’ironia del sogno americano, che lascia dietro di sé tanta desolazione.

È soltanto un’America tormentata dai sensi di colpa e ancora spaventata dal pericolo dei terroristi, o piuttosto non rispecchia l’Occidente di oggi?

Anche in Europa il problema dell’immigrazione si pone con la stessa emergenza, l’immigrazione di questi ultimi anni è senza precedenti ed è arduo per i governi trovare una soluzione, sempre se esiste. La novità è che ad emigrare non sono soltanto i più poveri, ma anche i nuovi poveri, giovani dei paesi industrializzati che non vedono nel proprio paese grandi prospettive. Tutti accomunati dal desiderio di una vita migliore. Peccato che questo aspetto non sia contemplato nei moduli per la richiesta dei permessi di soggiorno, peccato che sia un impiegato e alcune norme a decidere se una persona possa perseguire il suo sogno, peccato che gli uomini siano seppelliti sotto numeri, carte, sporcizia e bugie.

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