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La solitudine dei numeri primi

Pubblicato da lockopf su 21 Agosto, 2008

Opera prima di Paolo Giordano, edito da Mondadori.

La chiave di lettura di questo racconto è offerta dall’autore nello stesso titolo. La solitudine dei numeri primi è un racconto sulla più profonda e nera solitudine che attanaglia gli adolescenti e che crea un muro tra il proprio io e il resto del mondo. Alice e Mattia sono due bambini quando due diversi incidenti li allontanano dall’affetto dei propri genitori e li isolano in un’altra dimensione.

Mattia cerca disperatamente un senso di realtà provocandosi lesioni nelle mani, mentre Alice rifiuta il cibo e si ostina a cercare l’approvazione delle proprie compagne di scuola. Al primo incontro i due ragazzi riconoscono nell’altro la propria sofferenza, ma il peso delle proprie colpe e l’incapacità di volersi bene costituiranno degli ostacoli impossibili da superare. Come due primi gemelli nella matematica, ci dice l’autore nonché dottore in fisica teorica, “vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero”.

Per quanto lo stile dell’autore presenti alcune incertezze, peraltro naturali in un’opera prima, la narrazione è appassionante. Il ritmo lento e cadenzato sembra appartenere alle interiorità dei due giovani. I capitoli sono raggruppati in 7 grandi sezioni, che occupano spazi diversi: alcune sono costituite da una decina di pagine, mentre altre superano la cinquantina. E’ interessante vedere come l’autore sia interessato a raccontare soltanto alcuni episodi delle loro vite, e gli stessi episodi sono descritti in ogni minimo particolare, ogni singolo pensiero. Si alternano così lunghe pause a momenti densi di significato.

L’autore indaga con un atteggiamento disincantato che non lascia trasparire giudizi, ma sembra piuttosto un’analisi psico-sociale della gioventù moderna, tematiche scottanti e di grande attualità, come l’anoressia, l’omosessualità, il bullismo giovanile. Dalle pagine di Giordano risultano sconfitti gli adulti: genitori e insegnanti, ma anche più avanti il marito di Alice, incapaci di capire i giovani e di aiutarli a sconfiggere le proprie paure. Il linguaggio utilizzato dall’autore è talvolta crudo, ma efficace a descrivere il vuoto di cui i due protagonisti si erano circondati, un baratro dalla cui estremità non vi è nessuno a tendere una mano.

Il racconto è scorrevole e procede in maniera lineare, peccato per alcune digressioni poco utili all’intreccio principale e che non trovano nei capitoli successivi una sufficiente attenzione. Un esempio è l’introduzione nei primi capitoli del personaggio di Denis, le cui angosce per la propria celata omosessualità lo rendono solo al pari dei due protagonisti, ma che viene in seguito abbandonato, tant’è che l’autore è costretto a un certo punto a riepilogare rapidamente gli avvenimenti che lo interessano per poi di nuovo liquidarlo con poche parole.

I due ragazzi si incontrano e poi si allontanano, per poi riavvicinarsi solo per un momento sul finale, quando scoprono che ormai gli eventi li hanno irrimediabilmente separati ed entrambi ritrovano il piacere della propria solitudine, consapevoli che ormai possono bastare a se stessi e imparando a volersi bene, almeno così mi piace pensare.

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