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dire, fare, baciare, lettera o testamento?

Archivio per la categoria ‘Senza Categoria’

Un anno di silenzio

Pubblicato da lockopf su 12 giugno, 2010

Come ho potuto abbandonare il blog per un anno intero?
La pigrizia prima di tutto e un po’ di scoraggiamento. Ma non è mai opportuno recriminare troppo sugli errori passati.

Facendo una sintesi: dopo un bellissimo matrimonio e un viaggio da sogno alla scoperta del west statunitense, sono tornata alla dura realtà della ricerca del lavoro, che non ha portato grandi risultati e poiché mi ero stufata di rimanere a casa, ho preso la non facile decisione di iniziare a lavorare per conto mio. Ma a volte le cose nella vita capitano insieme, non so ancora se questi cambiamenti si riveleranno positivi o solo in parte positivi, ma certamente sono in una fase, che si potrebbe definire “evolutiva”: la casa che lo scorso dicembre io e mio marito abbiamo deciso di comprare è in costruzione e nel grembo porto ora da appena 9 settimane un piccolo esserino. Quindi mi trovo a dover gestire un’attività lavorativa in fase di avviamento,  le diverse scelte che accompagneranno la costruzione dell’appartamento e una gravidanza, che ora è solo all’inizio e di cui non sono ancora completamente consapevole.

Di tutte le cose che mi stanno capitando certamente quella che mi fa sorgere più dubbi e domande è la gravidanza: vi immaginate che un esserino di pochi millimetri possa causare uno scombussolamento così importante nel fisico e nell’animo? Vorrei sfatare il mito per cui la donna in gravidanza si elevi a una dimensione di leggerezza e bellezza, per lo meno non quando sei costantemente afflitta dalla nausea o quando devi rinunciare ai tuoi piatti e bevande preferite perché improvvisamente hanno un gusto pessimo e, soprattutto, fanno venire la nausea!!!

Sicuramente la mia opinione sarà diversa fra qualche mese, ma adesso sono molto impaurita da tutto quello che avverrà dopo e la fatidica domanda “Ma ho preso la decisione giusta?” ogni tanto rimbalza tra i miei pensieri, anche se ritengo che sia una domanda stupida, perché non è possibile rispondere. Sono sicura che supererò tutto con coraggio, ma non è sempre facile rimanere fedeli alle decisioni prese, anche perché nel momento in cui decidi rinunci a un mare di altre possibilità. Ma questa è la vita, no?

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Crossing Over

Pubblicato da lockopf su 24 giugno, 2009

Harrison Ford

Harrison Ford

di Wayne Kramer

“Every day thousands of people illegally cross our borders… only one thing stands in their way. America”

Un film dal ritmo incessante e dalla complessa trama, che vede intrecciarsi le vite di alcuni clandestini in una partita a scacchi contro la macchina governativa americana, che si adopera per la loro espulsione. A tenere le fila del discorso c’è Max Brogan, interpretato da Harrison Ford, agente dell’ “Immigration and Customs Enforcement”. Il suo lavoro consiste, appunto, nello scovare gli immigrati clandestini e assicurarli alla giustizia. Max Brogan fa il suo lavoro svogliatamente perché il suo sguardo si perde in quelli impauriti e imploranti degli stranieri. Il regista, Wayne Kramer, sembra voler esaurire tutta la casistica: dalla giovane attrice australiana in cerca di successo, alla mamma messicana, il cui cadavere in decomposizione viene ritrovato a pochi metri dal confine con il Messico, e poi ancora la storia di un giovane cantante ebreo, che usa la sua religione, seppur mai praticata, per ottenere la Green Card e un posto di lavoro, l’adolescente del Bangladesh accusata di terrorismo e costretta a lasciare il Paese per il carattere provocatorio di alcuni suoi temi scolastici, una bimba orfana africana che attende mesi in un istituto di detenzione per clandestini nella speranza di essere affidata ad una nuova famiglia, la violenza cui cede un giovane coreano, che si fa coinvolgere da una band di suoi coetanei in una rapina in un supermercato, il brutale assassinio di una giovane iraniana da parte del fratello pochi giorni prima della naturalizzazione americana del padre. Da una parte si erge il monumentale apparato burocratico americano con gli innumerevoli impiegati e agenti, primo fra tutti Cole Frankel (interpretato da Ray Liotta), che usa la sua posizione per approfittare della giovane attrice americana, dall’altra parte poche persone che sembrano le uniche a vedere l’umanità negli occhi dei clandestini, come Max Brogan o l’avvocato Denise Frankel (interpretata da Ashley Judd), che dedica la sua vita a difendere i diritti degli immigrati. In mezzo ci sono loro, i clandestini, i veri protagonisti di questo film. Il tema dell’immigrazione è affrontato partendo proprio dalle persone, dal loro sguardo, dai loro sentimenti: sono uomini e donne, addirittura bambini, disposti ad ogni sacrificio, anche a morire, pur di poter rimanere negli Stati Uniti, la terra delle grandi speranze, dove ogni sogno diventa realtà. Ma il prezzo richiesto è alto: la sofferenza, la paura e la disperazione degli individui, soli a combattere la loro personale guerra contro lo Stato. Alcuni ne escono vittoriosi, altri rimangono in bilico sulla lama di un rasoio, una mossa sbagliata e sono fuori dal gioco, altri ancora vengono espulsi, e infine c’è chi non ce la fa. Un ritratto realistico e senza filtri dell’immigrazione moderna. L’accusa c’è, ma non si vede, celata sotto lo strumento dell’ironia, che emerge qui e là nell’intreccio:

  • il paradosso che vuole l’avvocato Denise Frankel, così volenterosa nell’aiutare i giovani clandestini, moglie di quel Cole Frankel, che rilascia permessi di soggiorno in cambio di favori sessuali;
  • il dramma di un delitto d’onore consumato in seno a una famiglia iraniana, pure a un passo dalla naturalizzazione;
  • le rocambolesche bugie del cantante ebreo, che si finge religioso, per ottenere la sua Green Card;
  • l’ironia di una nazione, che, mentre si fa vanto delle libertà di espressione e di stampa di cui godono i suoi concittadini, mette il bavaglio ad un’adolescente, che in un tema in classe ha consumato parole in difesa dei paesi occupati dall’esercito americano.
  • infine l’ironia del sogno americano, che lascia dietro di sé tanta desolazione.

È soltanto un’America tormentata dai sensi di colpa e ancora spaventata dal pericolo dei terroristi, o piuttosto non rispecchia l’Occidente di oggi?

Anche in Europa il problema dell’immigrazione si pone con la stessa emergenza, l’immigrazione di questi ultimi anni è senza precedenti ed è arduo per i governi trovare una soluzione, sempre se esiste. La novità è che ad emigrare non sono soltanto i più poveri, ma anche i nuovi poveri, giovani dei paesi industrializzati che non vedono nel proprio paese grandi prospettive. Tutti accomunati dal desiderio di una vita migliore. Peccato che questo aspetto non sia contemplato nei moduli per la richiesta dei permessi di soggiorno, peccato che sia un impiegato e alcune norme a decidere se una persona possa perseguire il suo sogno, peccato che gli uomini siano seppelliti sotto numeri, carte, sporcizia e bugie.

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Sono ufficialmente fidanzata!

Pubblicato da lockopf su 23 ottobre, 2008

Le cose sono andate più o meno così: lui mi ha portato a cena fuori e, tornati a casa, mi ha fatto sedere, si è inginocchiato di fronte a me e, nervosissimo, mi ha ripetuto non so quante volte che mi amava e per questo voleva chiedermi di passare con lui molti molti anni, ha tirato fuori dalla tasca l’anello e me l’ha messo al dito.

Controscena: piove a dirotto per tutta la giornata e non smette neanche in serata, sapevo benissimo che con tutta probabilità avrebbe fatto la sua dichiarazione il giorno del mio compleanno, e nonostante questo o proprio per questo ho fatto di tutto per disfargli i piani, insistendo per non andare a cena fuori o, meglio, preferendo il Mac Donald seguito da cinema, dilungandomi tanto, facendogli una sorpresa all’uscita dal lavoro, così da impedirgli di comprarmi i fiori (cosa che secondo me ha gradito molto), preannunciando che se avesse mai voluto darmi il regalo di compleanno in pubblico non lo avrei sicuramente gradito e altre cattiverie simili, lui in compenso ha dimenticato di attendere la mia risposta dandola per scontata, al termine della dichiarazione orgogliosa ho acceso il computer, sono andata su internet e gli ho mostrato la dichiarazione che avevo già anticipatamente pubblicato sul blog concludendo soddisfatta che lo avevo anticipato!

Nonostante questo martirio lui ha resistito e mi ha chiesto lo stesso di sposarlo, confermandolo anche successivamente.

Mi sono emozionata tantissimo e durante le ore seguenti l’ho pregato di ripetermi la scena una decina di volte perché me la volevo assaporare per bene. Oggi ero un po’ trasognata e mi guardavo intorno sorridendo come una stupida.

Pensavo di essere immune dall’effetto “fidanzamento”, ma non lo sono. Ho visto troppi film romantici e ormai il mio cervello e fuori uso, oppure semplicemente sono contenta per quello che mi sta capitando.

Oggi sono veramente felice.

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Invidia

Pubblicato da lockopf su 7 agosto, 2008

Essere disoccupati significa aver fallito.
Se poi hai anche una laurea in tasca, hai fallito doppiamente: primo perché ti sei fortemente impegnata in vista di una possibile carriera professionale senza averne ottenuto i profitti, secondo perché tutti i tuoi amici sono laureati, magari con una laurea migliore della tua, e già lavorano e guadagnano uno stipendio da favola. Questo aggrava notevolmente il disagio del disoccupato laureato che si ritrova a provare invidia per i suoi stessi amici, che programmano vacanze da favola e acquistano gli ultimi fantastici ritrovati della tecnologia, mentre tu vai avanti dipendendo dalla tua famiglia o dal compagno e la tecnologia che hai a disposizione comprende un vecchio cellulare e un computer malconcio dal quale dipendono i piccoli lavoretti che riesci a trovare.

Subito dopo ti penti dei maligni pensieri che ti sono passati per la mente, perché i tuoi amici ti sono sempre stati vicini e non ti hanno mai fatto pesare le loro fortune. Così la tua situazione emotiva si aggrava ulteriormente a causa del senso di colpa che ora ti pesa sullo stomaco.

Difficilmente puoi raccontare a qualcuno la tua situazione dando libero sfogo ai tuoi pensieri perché:

  • i tuoi amici sono quelli per cui provi invidia, quindi se ne sentirebbero offesi
  • nell’era della ricerca della felicità essere affranti è già di per sé un fallimento e i tuoi amici ti guarderebbero con aria compassionevole
  • è anche colpa tua se ti trovi in questa situazione per tutta una serie di scelte che hai fatto
  • anche se sei pienamente convinto delle scelte che hai fatto, sei talmente stanco che scapperesti via … ma questa è una contraddizione che in pochi capirebbero
  • se una persona non trova lavoro è sempre colpa della persona che non trova lavoro, la frase “non ti sei impegnato abbastanza nella ricerca del lavoro” è un must che non stanca mai gli amici prodighi di consigli.

Un consiglio a tutti gli amici di disoccupati: non riversate sul poveretto tutta la vostra esperienza nella ricerca del lavoro, non tempestatelo di consigli, di “mi hanno detto che…”, “hai provato con…?”, “ho sentito di un concorso”. A meno che non abbiate indirizzi utili a cui mandare un curriculum o non conosciate qualcuno che possa offrirgli un posto di lavoro, siate discreti e poche domande! Magari il poveretto in questione ha ancora dei sogni nel cassetto e il posto in banca non fa proprio al caso suo.

L’unica via d’uscita possibile è l’ottenimento di un posto di lavoro, che si avvicini almeno un poco al lavoro dei propri sogni. Certo è che se i sogni sono ingarbugliati capire qual è la propria strada è difficile ed è molto faticoso orientarsi.

Forse bisogna tentare e tentare e sbattere la testa mille volte prima di riuscire a tracciare il percorso della propria vita. Nel far questo però spesso ci si dimentica del presente.
La condizione della disoccupazione ti permette anche di avere del tempo a disposizione, che se andasse perduto sarebbe un peccato imperdonabile. Forse è questo l’unico antidoto all’ossessione del lavoro: gustarsi un caffè al mattino in un bar del centro prendendosi tutto il tempo per leggere un giornale, dedicare del tempo alla casa, leggere, scrivere, fare lunghe passeggiate nel parco, stare più tempo con i propri familiari e ascoltarli, ridere e cercare la bellezza delle piccole cose.
Godersi il presente insomma!

Irene Grandi canta “E’ difficile lo so, ma è tutto qui”. La semplicità è così difficile da praticare!

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Cerco lavoro ma non capisco quello che dici

Pubblicato da lockopf su 30 aprile, 2008

Sono emigrante da quasi 7 mesi. Non ho ancora trovato lavoro.
Ingenuamente pensavo che fosse più facile. Sottovalutavo l’importanza della conoscenza linguistica. Tornando indietro mi butterei a capofitto nello studio di almeno 5 lingue diverse: non si sa mai dove ti porterà la vita!
…per fortuna non si può tornare indietro nel tempo.

Condivido la stessa esperienza con milioni di persone in tutto il mondo. Emigrare cambia il tuo punto di vista. Tutto ciò che davi per scontato ora te lo devi guadagnare con tutte le tue forze. La mia è comunque una condizione privilegiata, perché ho le spalle coperte dal mio fidanzato, che ha un buon lavoro, e dalla mia famiglia, che ha già preparato un materasso comodo in caso di ritorno (o di caduta). Nonostante tanta comodità, ho dovuto lo stesso prendere le mie certezze e buttarle dalla finestra. Non sono ancora in possesso del “sehr gute Deutsch” richiesto negli annunci di lavoro e continuo a inviare ugualmente curriculum in inglese, rassegnata alle risposte negative.

In Italia incontravo tanti immigrati, alcuni fanno parte anche della mia famiglia, ma non ho mai riflettuto veramente sulle difficoltà che dovevano affrontare. Per quanto io non sia molto distante dalla mia Terra, mi accorgo di quanto cambiano le abitudini e i costumi. Ma lo scoglio più difficile da superare è la barriera linguistica: ti nega ogni possibilità di autoaffermazione. Credo che ci vorranno anni per superarlo e ottenere un minimo di padronanza della lingua. Io nella lingua avevo investito tanto, per lo meno in quella italiana. Mi piace scrivere, leggere e grazie alle mie capacità linguistiche (anche se non eccelse) sono riuscita ad ottenere dei piccoli lavori. Ora si riparte nuovamente da zero.

Alcuni rivelano un’abilità straordinaria nel trovare lavoro, nonostante non sappiano esprimersi nella lingua del posto. Io, al contrario, sono un disastro. Sono meditativa e complessata. Valuto, ipotizzo, prevedo, cado nello sconforto, mi rialzo, rivaluto, reipotizzo, ecc. Nel frattempo rimango ferma in una condizione di stasi.
Mi pare d’essere come un animale in gabbia, che va avanti e indietro a pensare e rimuginare.

Ma in fondo non posso non essere fiduciosa. Anche se attraverso numerose crisi emotive, sono fermamente convinta che ne uscirò vincitrice. Non so bene cosa aspettarmi, ma in fondo anche questo è divertente. Ci sono almeno un milione di possibilità davanti a me.

Quanto meno non ho il destino segnato e posso dire di avere rischiato!

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SINGLES, SPOSATI, CONVIVENTI, FIDANZATI… modi diversi di vivere e di pensare

Pubblicato da lockopf su 7 aprile, 2008

Oggi ci sono molteplici modi per stare insieme alla persona che si ama…scegliere è difficile.
E’ chiaro il motivo per cui si sta insieme: l’amore, anche se talvolta ci sono altre motivazioni. Ma allora perché così tante modalità? Matrimonio, convivenza, PACS sono le tipologie più diffuse, ma in giro esistono altre varianti curiose, come chi abita sotto lo stesso tetto con altri amici o conoscenti, o chi non convive affatto e persiste nel vivere solo nel proprio appartamento. Come scegliere? Esiste una tipologia vincente?

C’è chi elenca i vantaggi della propria scelta e chi si limita a fare smorfie alla parola matrimonio, chi appare terrorizzato al pensiero di condividere i propri spazi con qualcuno e chi si lancia in anatemi contro questa società “perbenista e conservatrice”. Forse il matrimonio è diventato un po’ antiquato?

A quanto pare tutte le diverse possibilità si pongono come alternative al matrimonio. Fino a pochi anni fa, era considerata l’unica possibilità dignitosa per un uomo e una donna di stare insieme. Il matrimonio si basa su un contratto stipulato da entrambe le persone coinvolte, che garantisce equi diritti e doveri. C’è da chiedersi se l’amore abbia necessità di una forma contrattuale, con tanto di tasse, testimoni e firme. Spesso è questo il motivo che spinge a preferire la convivenza: si convive finché si sta bene insieme, appena qualcosa cambia, in poco tempo e facilmente ci si può lasciare…ma questo accade oggi frequentemente anche nel matrimonio, ci vuole solo più denaro. I PACS offrono una forma contrattuale per ufficializzare le convivenze, avvicinandole così maggiormente al matrimonio. Costituiscono un contratto meno vincolante e sostanzialmente più leggero aperto anche a coppie omosessuali. I maggiori detrattori di PACS e convivenze sostengono che il matrimonio è il fondamento della società civile: probabilmente hanno paura che si possano creare famiglie anomale e ambigue (il matrimonio tra un uomo e il proprio cane darebbe sicuramente scandalo!). Credo che innanzitutto si confonda il matrimonio con la famiglia: quest’ultima è effettivamente il nucleo primario della società civile, così come si è sviluppata in gran parte del mondo. Con un po’ di accortezza si può notare che la composizione della famiglia varia moltissimo a seconda della cultura e del contesto geografico e storico. Le trasformazioni sociali dipendono da infinite variabili, che le leggi non possono controllare. Se alternative al matrimonio sono sorte soltanto negli ultimi cinquanta anni, la famiglia continua ad evolvere da secoli. Bisogna ricordarsi che spesso quando si inizia a parlare di una nuova legge che regolamenti una determinata condizione sociale, tale condizione ha già avuto il tempo di svilupparsi, rodarsi e definirsi. Occorre solo darle il nome e ufficializzarla. Quanto a relazioni equivoche tra uomini e altri esseri viventi, non occorre più avere paura che si realizzino, perché ci sono prove sufficienti per dedurne la loro esistenza.

Il matrimonio è in declino, un po’ come i contratti a tempo indeterminato. L’impegno “per il resto dei tuoi giorni” forse non appare più credibile nella società attuale, così mutevole e sempre sull’orlo di una crisi ambientale, politica, economica o… sentimentale.

Ma non tutti rinunciano al sogno dell’abito bianco e la gara per il matrimonio più fastoso è ancora in voga. Nonostante le ultime moderne evoluzioni della vita di coppia, l’acquisizione dello status di coppia sposata è ancora agognato. Per una coppia convivente è inevitabile la domanda di parenti e amici “A quando il matrimonio?”, e poi “Perché non vi sposate?” (domanda terribile perché ogni possibile risposta non può nulla contro la fede incrollabile nel matrimonio del “felicemente sposato”). A parer mio la domanda va ribaltata: “Perché vi sposate?”. Ciò che più mi incuriosisce è il motivo per cui due persone che hanno scelto la convivenza decidano a un certo punto della propria vita di ufficializzare il proprio impegno con il matrimonio. Cosa cambia nel rapporto? Cosa può motivare questo cambio di rotta? Un avvicinamento improvviso alla fede e la volontà di redenzione da una vita vissuta nel peccato? L’eventuale arrivo di figli e l’esigenza di proteggerli legalmente da eventuali separazioni? E in tutti gli altri casi? Magari i due conviventi cedono, infine, al desiderio di amici e parenti . Il matrimonio diventa così un’ottima soluzione per sfuggire alle loro domande e ai loro sguardi inquisitori. Stanchi di essere emarginati, in quanto “non sposati”, si riprendono il loro diritto di costituire famiglia e rientrano nella cerchia delle “persone bene” della società.

Per il single, soprattutto quello impenitente, le cose vanno ancora peggio: viene guardato con compassione dagli amici sposati, che si fanno in quattro per trovargli un/a compagno/a. Il single in questione difende strenuamente la propria libertà e indipendenza ma soffre in cuor suo perché vivrebbe più serenamente se i propri amici non rimarcassero in continuazione la sua mancanza. Si parla in questi casi di ricerca della felicità: si è felici quando si basta a se stessi o quando si condividono pensieri ed esperienze con la propria metà? Domanda inutile e senza risposta perché sbagliata nell’assunto, che richiede che la ricerca della felicità possa prevedere le stesse tappe e modalità per ciascuno di noi. Se ognuno di noi ha caratteristiche emozionali e caratteriali diverse, unico e irripetibile sarà il modo con cui affrontiamo il mondo e la vita. La ricerca della felicità non può prescindere dalla nostra identità.

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Se una mattina di primavera un’immigrata…

Pubblicato da lockopf su 14 marzo, 2008

Stai leggendo il primo articolo del mio blog.
Fai un grande respiro e preparati perché ho intenzione di raccontare in queste pagine tutto quello che mi passa per la testa…ma proprio tutto! Devi armarti di tanta pazienza perché sono una grande generatrice di seghe mentali.

Non permettere alla noia, all’ indifferenza o alla razionalità di tenerti lontano da questo blog, torna a visitarlo di tanto in tanto come faresti con una cara amica. Devi averne cura come si ha cura di un cucciolo appena nato. Perdona gli errori e le sviste, devi essere tollerante… vedrai che crescendo migliorerà.

Vorrei che in questo luogo non ci fossero confini netti tra bianco e nero, buono e cattivo, bello e brutto, giusto e sbagliato. Adoro le sfumature e i chiaroscuri. Gli scarabocchi e le cancellature sono necessari per dare vita a qualcosa di speciale, imperfetto ma affascinante.

E’ strano come la bellezza si esprima così per caso. Non vi è mai capitato di cogliere uno sguardo luminoso ma sfuggente o un rapido incurvarsi delle labbra in un accenno di sorriso? Allora sapete di cosa si tratta.

Vi aspetto.

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